20 Apr 2017
Industria 4.0 aumenta il reshoring

La delocalizzazione ha visto il suo boom tra la fine degli anni 90 e l’inizio del millennio, quando, per contenere i costi, numerose imprese italiane avevano spostato le loro produzioni in paesi terzi. Ora, contro ogni previsione, questa tendenza si è invertita.

Il reshoring, ovvero la tendenza a riportare in Italia produzioni in precedenza delocalizzate all’estero, sta prendendo sempre più piede presso le aziende manifatturiere italiane.

Costi e tempi logistici, effetto “made in”, servizio al cliente: sono i principali fattori che hanno motivato il reshoring, in questi anni di crisi, tra le imprese occidentali. Ma lasciando il fenomeno sempre confinato alla nicchia: secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Uni-Club MoRe Back-reshoring (team interuniversitario di lavoro tra Modena, Catania, L’Aquila, Udine e Bologna) si parla di 121 casi registrati in Italia di aziende che hanno riportato la produzione in patria dall’inizio della crisi globale - quasi esclusivamente tra moda (41%), elettronica (25%) e meccanica (16%) - su 376 casi in Europa e altri 329 in Nord America. A trarne vantaggio non è solo l’economia nazionale ma l’intera filiera del Made in italy, che ne guadagna in termini di qualità e controllo sulla merce.

L’export delle PMI italiane può trarne un forte beneficio, anche perché il mercato internazionale ha mostrato di preferire le produzioni 100% Made in Italy. In italia, infatti, ci sono competenze, creatività, innovazione, e un capitale umano che difficilmente si trova all’estero.

 

Industria 4.0 aumenta il reshoring

Quegli stessi fattori sono però oggi amplificati esponenzialmente dall’avvento della fabbrica 4.0 e diventano valori cui il consumatore (sempre più consum-attore che interagisce con la produzione) non è disposto a rinunciare: prodotto su misura, alta qualità e consegna immediata impongono lavorazioni “in casa” con flessibilità estrema e lotti minimi. Impensabile soddisfare questa domanda con container che arrivano dalla Cina in sei settimane, che si tratti di macchinari o di abbigliamento.

«Purtroppo non ci sono statistiche ufficiali ma i picchi di lavoro denunciati dai subfornitori - precisa Fratocchi - e l’exploit di domanda di nuove macchine per le lavorazioni ci dicono che sono molti i marchi italiani, francesi, spagnoli del fashion che stanno riportando le produzioni alle filiere locali». Un discorso che si allarga a tutta la meccanica sia tedesca sia italiana. In particolare nel Nord-Est, area protagonista del reshoring domestico, con 36 casi in Veneto e 21 in Emilia-Romagna. Solo terza la Lombardia con 18 episodi. «Il reshoring è un fenomeno strettamente correlato alla forza di filiere e distretti che concentrano competenze e flessibilità - sottolinea Paolo Barbieri, professore di Scienze aziendali dell’Università di Bologna - e che garantiscono perciò quei plus di qualità, ricerca, innovazione, controllo, autenticità e vicinanza al cliente che non si possono assicurare demandando i processi a stabilimenti in Asia (46% dei rientri sui 121 casi nazionali) o in Est Europa (24% dei rientri)».

Ma c’è un’altra spinta emergente che sta cambiando radicalmente le scelte “in” o “out” border delle imprese ed è l’attenzione crescente del consumatore al tema del produrre sostenibile: valutazione economica, ambientale e sociale camminano sempre più in parallelo nella scelta d’acquisto. Il caso Adidas, che dopo vent’anni è tornata a produrre in Germania in fabbriche green ad alta robotizzazione, sta facendo scuola.

 

Fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2017-04-13/industria-40-avvia-reshoring-121103.shtml?uuid=AEVhDp4&refresh_ce=1
http://www.tgcom24.mediaset.it/economia/le-imprese-che-tornano-in-italia-i-vantaggi-offerti-dal-reshoring_3037320-201602a.shtml
http://www.egointernational.it/il-fenomeno-del-reshoring.html


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